La mia esperienza Feldenkrais

Mi sono laureato in ingegneria nel 2009 e ho lavorato per 6 anni nel settore della creazione video.
Nel 2014, cercando un aiuto tra i tanti per uscire da un problema di salute abbastanza importante, mi imbatto nel Metodo Feldenkrais sotto consiglio di un amico. Mi ero accorto che non riuscivo a compiere dei respiri profondi senza provare delle fitte di dolore nella cassa toracica, sia davanti che dietro. E quindi volevo affrontare il disagio che vivevo in quei mesi anche sotto l'aspetto della postura.

La mia esperienza è stata bellissima e, sebbene i cambiamenti siano stati graduali e spalmati nel tempo, considerarli tutti insieme per me ha dell'incredibile.
Ricordo bene che la notte dopo aver ricevuto la prima lezione di Integrazione Funzionale (nome che hanno gli incontri individuali con un insegnante Feldenkrais, dove il cliente è passivo e comodamente adagiato su un lettino, e cerca solo di imparare a non fare niente, mentre viene mosso dall'insegnante) mi sentivo estremamente comodo e rilassato, e questo stato per me "nuovo" mi faceva al tempo stesso sentire una sorta di risveglio fisiologico nell'addome, con sensazioni di calore, come se l'organismo potesse finalmente occuparsi un po' di più di ciò che le mie tensioni muscolari non gli consentivano fino a quel momento. Ci vollero tante ore per addormentarsi, ma la cosa, stranamente, mi piacque.

Al termine di un incontro individuale è abitudine degli insegnanti Feldenkrais invitare l'allievo a notare delle differenze nel modo in cui si muove e in cui sta in piedi rispetto a prima e rispetto al solito: spesso si sentono le spalle più larghe, la schiena più dritta, la testa e il collo più leggeri, i piedi "ben piantati"... io non riuscivo a sentire niente, semplicemente mi sentivo più rilassato e tranquillo, e sarei voluto tornare il giorno dopo. I cambiamenti fisici anche se non li notavo c'erano: un'amica che non mi vedeva da un anno mi disse, dopo qualche mese di Feldenkrais, che mi vedeva più alto; però io non ero ancora in grado di sentirli, non avevo ancora imparato ad ascoltare il corpo.
Tornavo da quell'insegnante una volta alla settimana perché sentivo che ciò che ricevevo mi faceva stare bene, ma non sapevo ben argomentare la cosa. Mi accorgevo di stare meglio soprattutto riguardandomi indietro, come se i miglioramenti fossero cose acquisite silenziosamente, e già divenute naturali; non erano frutto di lavoro, o peggio di sforzo, o "risultati" sudati
Ad un certo punto mi accorsi anche di un'altra importante cosa, e la dissi all'insegnante: "da quando vengo da te rido più spesso". Era una cosa che mi avevano fatto notare i colleghi del lavoro di ufficio che facevo.
Contemporaneamente mi misi a leggere i libri di Moshe Feldenkrais, imparando a stimarlo come uno di quei geni che nascono una volta almeno ogni 50 anni. Arrivato al terzo libro, quello meno analitico e più intuitivo, dall'enigmatico titolo "l'io potente" (the potent self), pensavo incredulo di stare leggendo ciò che avrei sempre voluto sapere, e che non sospettavo nemmeno potesse esistere. Le "risposte" e gli inviti all'approfondimento che ricevevo andavano al di là di quanto avrei osato chiedere. La visione sintetica di Feldenkrais fu illuminante.
Fu un passaggio naturale quello di voler entrare con tutto me stesso nell'apprendimento del Metodo, e dopo qualche mese presi parte alla formazione per diventare insegnanti del Metodo "Monferrato 1", sotto la guida della direttrice didattica Mara Fusero.
Ho avuto modo di conoscere dei grandi del Metodo, tra cui non posso non pensare, oltre alla già nominata dottoressa Fusero, anche a Stephen Rosenholtz e a Ulrike Apel tra gli altri. L'incontro con interpreti del Metodo di questo calibro è stato una fortuna.

All'inizio del corso erano molti i miei dolori, dalla schiena (nella parte lombare e nell'area tra le scapole e la colonna vertebrale) alla spalla destra, all'anca e al nervo sciatico sinistri. Insomma, ero tra i più giovani del corso ma mi sentivo già un po' da rottamare.
I quattro anni di formazione sono stati un percorso a ritroso, dove tutte le storture, le compulsioni posturali, le scomodità, sono inesorabilmente regredite fino a sparire. Ogni periodo di formazione mi dava l'impressione di rimettermi un po' in vita e questo cammino nella strada della Consapevolezza Attraverso il Movimento è stato un processo di restituzione a me stesso, avvenuto un centimetro alla volta, in cui ho assistito a cambiamenti interiori ed esteriori che mi hanno molto toccato. Sono profondamente grato di aver fatto questo percorso.

Ora è tempo di rivolgermi agli altri: ho dialogato tanto con il dolore cronico, e da ospite ingombrante è diventato un compagno, certo un po' difficile da sopportare, e piano piano addirittura si è tramutato in esigente maestro. Mi ha guidato alla scoperta del mio scheletro, di come utilizzarlo in modi via via più comodi, di imparare a sentirlo nei maggiori dettagli possibili e a sentirne le relazioni tra le parti, poiché tutto è collegato. La pratica del Metodo mi ha fatto sentire con la pelle che è proprio vero che non si smette mai di imparare, e sempre mi sentirò in apprendistato.
È stato utile ed affascinante percorrere questa strada anche perché nel Feldenkrais il lavoro su di sé si può trasferire agli altri: il passaggio da allievo ad insegnante è stato molto lento e graduale, e al tempo stesso estremamente spontaneo.
Se è vero che ho iniziato il corso di formazione prevalentemente come investimento su me stesso, è anche vero che mi ha restituito al mondo - e al mondo del lavoro - con una preparazione professionale di livello che posso praticare in tutto il mondo, e che ho l'onore e -mi sia concesso di dirlo- l'onere di esercitare e di proporre nella città in cui vivo.

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