Metodo Feldenkrais Torino

Con Paolo Mosso

Feldenkrais e riflesso di orientamento

Il riflesso di orientamento è una scoperta importantissima fatta da alcuni neurofisiologi russi, tra cui in particolare Sokolov. È un riflesso che ci orienta verso ciò che non capiamo, verso l'anomalia. Ciò significa che abbiamo una struttura costruita dentro di noi che ci aiuta a trovare un senso a ciò che non capiamo. È un istinto vero e proprio. Quando siamo sorpresi da qualcosa, o spaventati da qualcosa, il riflesso di orientamento si manifesta nella sua forma più bassa. È parte del meccanismo che ci difende dai predatori, ossia una risposta del sistema nervoso che richiede un processo cognitivo ridotto. Veloce abbastanza da permetterci di fare un salto se spunta un serpente. Un importante adattamento nello sviluppo dell'essere umano sono i molteplici eco del riflesso di orientamento a differenti livelli del sistema nervoso. Il riflesso di orientamento si è sviluppato in maniera molto complessa. Se qualcosa ci spaventa o sorprende in maniera molto forte, potremmo trascorrere un anno intero a pensarci. E un intero anno di processo di pensiero è una estesa manifestazione del riflesso di orientamento. Un comportamento molto comune dell'essere umano è quello di consolidare le proprie abitudini, trovare delle strategie e schemi che funzionano, e ripercorrerli consapevolmente o meno. Quando esploriamo un territorio sconosciuto invece si attiva il nostro riflesso di orientamento, cerchiamo di dare un senso a ciò che non conosciamo, e la nostra rappresentazione del mondo si modifica, si arricchisce. Ed è qualcosa che possiamo estendere a tutte le esperienze che possiamo fare. Il Metodo sviluppato dal dr. Feldenkrais applica questi principi ad un livello fondamentale dell'esperienza umana, quello del movimento. Le lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento da lui ideate sono delle esplorazioni, non degli esercizi. Attraverso una voce veniamo condotti in territori inesplorati del nostro movimento, o che le nostre abitudini non hanno più reso possibili. Il movimento richiesto dapprima ci è ignoto, poi viene ripetuto e familiarizzato, e improvvisamente entra nell'immagine che abbiamo di noi. Inizia ad avere senso. L'immagine di noi è cambiata, conosciamo meglio alcune nostre potenzialità e gli atteggiamenti che le ostacolano. I due emisferi hanno dialogato in maniera diversa dal solito: il noto si è fatto da parte, l'esplorazione dell'ignoto ha prodotto dei cambiamenti, e si fa spazio una sensazione di maggiore unità, completezza, interezza, come se tutto al nostro interno fosse interconnesso. Non è da sottovalutare la portata di un'esperienza di questo tipo, perché il movimento è la funzione più importante nello sviluppo del sistema nervoso, e questa attitudine esplorativa, eseguita ad un livello così basico e fondante come quello del movimento, si svilupperà a cascata anche nell'esercizio delle funzioni superiori che entrano in gioco nel nostro adattamento alla vita.
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Botox e cervello

Circa un mese fa mi sono imbattuto in un articolo che riportava come l'utilizzo del botulino a fini estetici avesse delle ripercussioni - soprattutto negative - sull'umore, sulla percezione delle proprie emozioni, sulla capacità di comprendere le emozioni altrui e pertanto di essere empatici. L'articolo era questo. Leggendolo mi è venuto in mente uno dei temi considerati più "di frontiera" tra quelli proposti dal dr. Feldenkrais: Egli sosteneva che se non ci fosse l'attività motoria muscolare non saremmo in grado di avere emozioni e di riconoscerle. Aggiungeva che non esistono dei "recettori" nel cervello dedicati alle emozioni. Ma che il sistema nervoso associasse determinati movimenti muscolari ad alcune emozioni e riconoscesse di essere arrabbiato, o felice, o sereno, in base alla presenza o assenza di determinate tensioni muscolari. Questo pertanto sarebbe qualcosa che abbiamo appreso da piccolissimi e immagazzinato in regioni estremamente "profonde" del sistema nervoso, e di cui non siamo più consapevoli. Soprattutto da bambini, ci è impossibile separare emozioni e movimento. Un bambino quando è contento lo mostra anche con i movimenti, quando è arrabbiato lo fa capire - volontariamente o no - con una espressione facciale. Io se ai tempi della scuola fossi stato capace di ridere di gusto "interiormente", senza mostrare alcunché nella mia espressione facciale, mi sarei risparmiato qualche tirata d'orecchie. «La mia tesi di fondo è che l'unità di mente e corpo sia una realtà oggettiva, che queste entità non siano collegate fra loro in un modo o nell'altro, ma sono un tutto inseparabile. In termini più chiari: sostengo che il cervello non può pensare senza le funzioni motorie.» Diceva appunto Feldenkrais. Qualcuno potrebbe pensare che esistano pensieri "puri", ma in uno stato di profondo rilassamento noterebbe che ogni pensiero provoca un cambiamento nei muscoli. Se io ad esempio penso di dire qualcosa, attivo anche dei muscoli nella gola. L'attivazione è minima e per notarla occorre una buona sensibilità. Pertanto tornando a quanto scrivevo all'inizio, chi utilizza il botox per distendere la pelle e i muscoli facciali perde, in una certa misura, la capacità di provare le emozioni associate a quei determinati muscoli. Di conseguenza non le potrà riconoscere negli altri, perché l'osservazione della mimica facciale altrui non potrà attivare gli stessi neuroni mimici (meccanismo dei neuroni specchio) nel proprio sistema nervoso, impedendo la possibilità di "vivere" e comprendere le stesse o simili emozioni. Quindi, le varie star che intervengono sul proprio viso con il botulino, molto spesso non sembrano solamente inespressive. Lo sono realmente.
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Quando un insegnante Feldenkrais va dal fisioterapista

Medico cura te stesso! Sull'incontro tra Metodo Feldenkrais e Fisioterapia Dal momento che il Metodo Feldenkrais non appartiene all'ambito sanitario, io evito sempre di fare diagnosi e prognosi ai clienti. Gli allievi vengono da me portando tutta la propria persona, le diagnosi mediche sono solo una parte marginale di questa, e io, in base a ciò che vedo con gli occhi e sento con le mani, penso e suggerisco cosa, a mio avviso, si possa fare per migliorare i movimenti, per sentirsi più leggeri, più comodi, più efficaci, e per entrare in un processo di apprendimento. Numerose volte ho consigliato di rivolgersi ad un medico o un fisioterapista. E una volta sola una persona è venuta da me sotto consiglio del fisioterapista. A causa di un infortunio patito al ginocchio sinistro giocando a calcio, ho deciso di trattare me stesso come farei con un cliente, consigliandomi di rivolgermi al fisioterapista. Di buon grado, ho accettato il consiglio. Ho contattato quindi un professionista (fisioterapista e osteopata) che stimo e sono andato a farmi visitare. È stato molto bello. Penso che ognuno in questo mondo tenda a vivere il proprio settore di lavoro come un universo chiuso e con poca comunicazione con professionalità più o meno simili alla propria. Gli approcci al corpo di un fisioterapista, di un osteopata o di un insegnante Feldenkrais (per fare solo tre esempi) sanno essere estremamente diversi tra loro. Forse il dottore si è stupito notando come cadessi dal pero, mentre imparavo a fare degli esercizi di stretching come se non li avessi mai fatti prima. Non sapeva che nel mondo Feldenkrais lo stretching non viene utilizzato per ragioni che qui sarebbe troppo lungo affrontare. Mi ha fatto una sorta di analisi strutturale della parte inferiore del corpo: anche questo è un procedimento estraneo al mio modo di lavorare, il quale è interessato più al modo di usarsi (funzione) che alla risultante dell'utilizzo (struttura), più al tutto che alla parte. Ho avuto una ulteriore conferma a sostegno della mia idea secondo cui molto spesso gli approcci strutturale e funzionale possano integrarsi a vicenda, raggiungendo una sorta di complementarietà. Tornando a casa, ricapitolavo nella mia percezione tutti gli elementi emersi nella visita. E ho iniziato così a raccogliere le informazioni acquisite trasformandole in una "esperienza Feldenkrais". Una volta arrivato, ho analizzato meglio nella stasi e nel movimento consapevole alcune cose dette dal fisioterapista. Un esempio: ho percepito lo psoas con una chiarezza diversa dal solito, notando meglio come venisse coinvolto nei movimenti intrarotatori della gamba. Insomma, l'immagine del mio sé si è ingrandita, ho imparato qualcosa. Il mattino successivo, una cliente che viene da me solo da 4-5 volte, mi ha parlato della sua esperienza con una fisioterapista da cui sta andando in questi giorni a causa di una brutta distorsione alla caviglia che ha subito un mesetto fa. Non è nuova ai fisioterapisti, e mi ha raccontato di come il lavoro con la sua dottoressa le rimanga di più rispetto a quando andava una volta, prima…
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Sugli emisferi cerebrali

Negli anni '60 iniziò a diffondersi la teoria che gli emisferi del cervello fossero deputati a funzioni e attività estremamente diverse tra loro, praticamente incompatibili. All'epoca non si avevano le strumentazioni odierne per monitorare l'attività cerebrale, non si sapeva ancora (quasi) nulla di neuroplasticità e per giunta pare che le osservazioni che diedero luogo a tali conclusioni fossero state fatte su soggetti a cui era stata recisa la connessione tra le due parti del cervello per limitare gli effetti delle crisi epilettiche. Si ignorava l'importanza del corpo calloso, un sistema di fibre nervose situato centralmente rispetto ai due emisferi, che ha il compito di connettere le aree simili o tendenzialmente omologhe delle due parti. A volte immagino il sistema nervoso come un collettore di informazioni, molto diverse e a volte anche in contraddizione tra loro, e il suo mistero risiede proprio in questa capacità costante di fare una sintesi. Tuttavia ciò non toglie che esistano differenze tra i due emisferi, e che l'esmifero dominante per la maggior parte delle persone sia il sinistro. Vediamo non esaustivamente a quali attività e funzioni sono deputati i due emisferi: L'emisfero SINISTRO si riferisce al ragionamento logico e matematico, all'analisi, al linguaggio (parola e scrittura), alle esplorazioni in un territorio conosciuto (e ai relativi automatismi) e conosce spazio e tempo. Com'è noto, svolge anche le funzioni di movimento del lato del corpo opposto, il destro. L'emisfero DESTRO è deputato all'intuizione, alla musica e al disegno, alla creatività e all'immaginazione, pensa per immagini e in maniera olistica. Inoltre entra in attività nell'esplorare un territorio sconosciuto e nell'inibire l'azione in caso di pericolo, e non conosce spazio e tempo. Si occupa dei movimenti del lato sinistro del corpo. Risulta evidente che se il cervello non potesse fare una sintesi costante di attività diverse o complementari tra loro, la vita stessa come la conosciamo non sarebbe possibile, o lo sarebbe assai problematicamente. Dal momento che meno di una persona su dieci è mancina e che alcuni comportamenti in caso di pericolo attivano molto di più l'emisfero sinistro che il destro, la maggior parte degli esseri umani trascorre la propria vita cercando di attivare il meno possibile l'emisfero destro: siamo molto più propensi a cercare schemi di comportamento che rendiamo abitudinari e a ripeterli quasi ossessivamente, a ragionare catalogando, a esercitare poco la creatività e a monitorare costantemente il nostro spazio e il tempo "a disposizione". Un comportamento del genere aumenta il livello di stress, perché così facendo ci limitiamo la possibilità di ridurre il nostro troppo ragionare nella mente (overthinking), di cercare cose nuove, di imparare altri modi di adattarci alla vita, di essere più creativi e fantasiosi e di perdersi in una attività senza sentire lo scorrere del tempo. Inoltre i nostri schemi di comportamento a furia di essere ripetuti diventano sempre più forti, e piano piano gli altri che non usiamo più si indeboliscono e scompaiono . Pensiamo a tutte le attività che eravamo soliti fare da bambini per trascorrere il tempo: ad esempio quasi…
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