Diario di un corpo #2 – Consapevolezza

consapevolezza

Una parola ricorrente nel Metodo è “consapevolezza”, si trova spesso nei libri di Moshe Feldenkrais, il quale chiamò una parte della sua pratica proprio “Consapevolezza Attraverso il Movimento”. In generale, nel mondo “olistico”, mi sembra un termine tanto utilizzato che a lungo andare rischia di perdere significato.
Quindi: che cos’è la consapevolezza?
Non so se so la risposta.

Che differenza c’è tra consapevolezza e coscienza?
Il dr. Feldenkrais diceva che la consapevolezza è coscienza CON conoscenza

Si può essere non-coscienti di ciò che si è e si fa, e quindi essere guidati da una sorta di pilota automatico.
La coscienza è probabilmente un primo stadio della presenza a se stessi, che ci rende appunto coscienti di ciò che facciamo, anche se non ne individuiamo le cause. In un certo senso, è come se si potesse assistere a ciò che si fa, separando osservatore ed attore internamente. (¹)

La consapevolezza aggiunge alla coscienza i motivi, l’origine e le implicazioni dell’agire.
La consapevolezza quindi sa cosa succede, ne conosce il motivo, e sa a cosa conduce una determinata azione, per lo meno nelle sue intenzioni. Questo permette quindi di effettuare una integrazione rispetto alle informazioni che guidano l’azione. 

La consapevolezza di un gesto può quindi modificare il modo in cui prepariamo l’azione, e quindi l’azione stessa. Senza consapevolezza non ci può essere reale cambiamento.

Esempio più o meno facile:
– Tizio fuma una sigaretta dopo l’altra. Compie i gesti in automatico quasi senza pensarci.
– Tizio riferisce che in realtà si gode solo una sigaretta ogni dieci. Sente di non poter “domare” i gesti legati a questa abitudine. Ogni tanto si sente schifato.
– Tizio osserva la propria azione, le sensazioni che precedono e accompagnano ogni gesto dettato dal “vizio”, le modificazioni che percepisce, il manifestarsi delle intenzioni, il sopraggiungere dei pensieri, il groviglio emotivo connesso. Il modo in cui prepara e termina l’azione. Come si sente dopo. Ora può creare dei collegamenti tra queste informazioni, si adatta a ciò che emerge, ricalibra qualcosa sulla base di ciò che nota quando non dà nulla per scontato. Trova dei margini di movimento in cui poter mettere alla prova le proprie intenzioni. L’osservazione e la conoscenza di questi nessi permette di uscire, poco alla volta, dalla ripetizione automatica di gesti abitudinari e di entrare in un processo di apprendimento dove è possibile imparare dalle azioni e, sulla base dell’esperienza, programmare le azioni successive con maggiore coscienza di causa.(²)

 

Se il quadro è chiaro, direi che la consapevolezza non può essere un traguardo, semmai un processo. Io non posso essere pienamente consapevole di ciò che faccio, ma posso aumentare il grado di consapevolezza.
La coscienza dell’agire è il primo passo, da lì in avanti si accresce la consapevolezza.(³)

La consapevolezza è quindi l’attività regina del sistema nervoso, perché può creare collegamenti tra cose apparentemente scollegate. Può tessere una trama e creare nuove sintesi a partire da elementi precedentemente disponibili. Effettua continue integrazioni, così come il sistema nervoso integra continuamente tutte le informazioni che riceve.

Dal mio vivere quotidiano emerge un processo creativo che unisce e relaziona tra loro storia personale, struttura, ambiente, sensazioni, emozioni, movimento… dando figura a qualcosa che ha un significato speciale ed unico solo per me ma che permette di creare un ponte anche con l’altro. 

Vivere in un processo di apprendimento è come uscire gradualmente dall’anonimato, è un po’ come mettere il turbo alla propria natura.

Sorgono allora alcune domande:
Perché e come la consapevolezza si potrebbe perseguire attraverso il movimento?
Che cos’è la consapevolezza corporea?

________

(1) ovviamente ritengo una benedizione il fatto che non siamo coscienti di TUTTO ciò che avviene dentro di noi e che facciamo.

(2) ispirato ad una storia vera! Uno dei miei primi clienti, con mio grande stupore, al nostro quarto o quinto incontro mi disse che aveva smesso di fumare e che attribuiva il merito di questo distacco agli spunti che gli stava dando la pratica del Metodo.

(3) nel mio immaginario, se la non-coscienza è come essere ciechi, la realtà della coscienza è a due dimensioni. Proseguendo nell’analogia, per la consapevolezza tre dimensioni non bastano, perché secondo me le appartiene anche una sensazione di simultaneità/compresenza.

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